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62' MINUTO (il chupa-chupa al tamarindo)

La partita della mia vita -3



Avevo 14 anni e niente fu più come prima. Ma andiamo per gradi.


Non puoi forse dire davvero quale sia la partita. Non puoi dire davvero quale sia la stagione, quale il campionato o la coppa, quale il collettivo di giocatori che ha reso, per te, indimenticabile quell'anno. Perché l'amore non è mai, inizialmente, un flusso. L'amore è una scossa.Ecco che allora se chiudi gli occhi sai esattamente, con precisione fuori dal comune, quali furono quel giocatore e quell'episodio che ti fecero per sempre perduto per il gioco del calcio.È facile tifare rossonero, o nerazzurro, o bianconero, quando sei piccolo. Specie quando sei piccolo in provincia, a Cremona magari, a cavallo tra gli anni '70 e '80. Esisteva solo quel terzetto di colori alla radio e sui giornali.


Ed è ancora più facile quando non hai, come non ho avuto io, un papà che ti infili sottopelle il virus dei colori sociali della tua città. Mio papà era milanista, e da piccolo, in via Ippocastani 5E, indossavo ogni sera una divisa rossonera e le scarpe coi tacchetti, anche in casa. Pattinavo che sembravo sul ghiaccio, mia mamma non era affatto felice di questa cosa, rigavo ogni pavimento.Ma tifare rossonero era facile. Più difficile era pensare di tifare grigiorosso. Colori meravigliosi, il grigio e il rosso, atipici, inusuali, ma non c'erano in seria A, non c’erano sulle pagine principali dei giornali sportivi, non c'erano nei primi servizi al 90° minuto di Paolo Valenti. E poi tuo padre era milanista.


Crescendo, col mio amico edicolante Rebecchi, passavamo le domeniche pomeriggio nella sua cucina, al sesto piano di un quartiere residenziale, a giocare coi tappi dell'acqua minerale trasformati in giocatori di calcio con colla e pastelli, sul tavolo, aspettando i servizi del 90° in tv. Non avevamo il Subbuteo, costava troppo. Ma era ancora un momento in cui il calcio poteva essere anche solo immaginato, prima delle pay TV, prima dello streaming, prima dei videogames. Quando si giocava giù, al parchetto, facevamo le porte coi maglioni.Aspettavamo i servizi sulla B, alla fine della trasmissione, per capire come si era comportata la Cremo, ma in realtà ad appassionarmi era più che altro la sfida fra il Milan degli olandesi e il Napoli di Maradona, il Dio assoluto del calcio, un marziano in grado di battere nel sette una punizione in uno sgabuzzino.



Eppure ti ricordi, in tutto questo, il momento esatto in cui la scossa ti spaccò in due. Quella domenica avevamo avuto l'occasione di andare allo stadio. Lo Zini era per noi ancora una specie di strano teatro, qualcosa di più del campo al parchetto, qualcosa di meno del teatro Ponchielli dove una volta l'anno andavamo con la scuola. Sapevamo che dentro le pareti di cemento dello Zini il grigiorosso parlava di campanilismo e di comunanza, avevo amici che giocavano già a calcio e frequentavano lo stadio, erano esaltati, non capivo ancora il perché. Per me il calcio rimaneva uno sport, rimaneva un bel film di cui, ogni domenica, aspettavo il finale.


Poi venne quella domenica, quel maledetto Cremonese-Messina, campionato 1986/87. Nel Messina, davanti, quel Totò Schillaci che poi ci avrebbe regalato emozioni infinite a livello nazionale, cambiando colori sociali e diventando un fenomeno a tutti gli effetti. Da noi, davanti, un fenomeno che quel giorno però era in panchina. Uno che, forse unico in Italia, sapeva fare concorrenza a Maradona sui tiri piazzati. Uno di cui si narravano solo leggende.“Ma perché Alviero è in panchina?” avevo chiesto a uno con la faccia da cavallo.

“Perché non ne ha mai voglia.” aveva risposto.

“È vero che ha ucciso un avversario, quando era stato in prestito al Bologna?”

“No.”

“Ah, meno male.”

“Ne ha uccisi due.”

“Ah.”


Era un uomo talmente misterioso, questo Alviero, che non si sapeva esattamente l'anno in cui aveva mosso i primi passi in campo con la Pro Roma. Un uomo di cui si diceva che sviluppava in campo solo il trenta per cento del suo potenziale. Per scarsa voglia, diceva 'faccia di cavallo'.

“Preferisce andare in piscina che allenarsi.” aveva aggiunto uno senza maglietta e col pelo anche sugli occhi. Un ultras.


“L’hanno mandato via dalla Sampdoria perché quando c’era il raduno per la preparazione lui andava al mare con gli amici.” aveva detto.“No, lo hanno mandato via perché è una testa calda.” aveva detto una tizia coi capelli sporchissimi e la maglietta di Playboy.


“Depressione.” aveva precisato un vecchio mezzo nudo con la sciarpa dei RedGrey supporters sul pube, tipo lottatore di sumo- “Il presidente della Samp lo amava come un figlio ma ha dovuto lasciarlo andare via. Qui ha trovato Luzzara che lo ha capito. Anche Luzzara lo ama come un figlio.

”Lo amano tutti come un figlio.” aveva sottolineato una tizia detta 'il tizio'.

“Si son presi Vialli però in cambio, altro che 'han dovuto mandarlo via' .”

“Alviero è più forte di Vialli.” era saltato su il vecchio

“Più di Vialli e Mancini messi insieme.”

“Tiene i calzettoni abbassati come i brasiliani perché la sua forza è nelle tibie.” aveva rivelato uno grosso e scuro chiamato Testa Di Moro.

“Nelle tibie?” aveva chiesto Rebecchi.

“Sì. È per questo che è in panca oggi. Ha le tibie scariche perché ha piovuto due giorni. Dalle tibie prende la forza del sole, come Daitarn III!”

“Daitarn III la forza del sole la prende dalla testa, gnòga.” si era intromesso uno piccolino tutto piedi.“

'Gnòga' lo dici a tua sorella, pìcen.” aveva ribadito Testa Di Moro, poi era partita una rissa.



Alviero Chiorri era forte, e in più scatenava risse. Solo con le sue leggende.Si diceva che fosse in grado di tirare punizioni nel sette a occhi chiusi, questo lo sapevo.

Ma quella domenica pomeriggio non lo avrei visto: lui era in panca, si era sullo 0-0 e il Messina spingeva come una squadra di dannati.

Schillaci ne saltava tre alla volta.Poi. Al 62' minuto Marco Nicoletti si inventa di prendere un fallo al limite dell'area, tra insulti e proteste dei messinesi. Il fallo non c'era forse, ma questo non conta. Ciò che conta è che in quel momento lo stadio intero prende a invocare il nome di Alviero. Come un'onda che cresce, come un tuono. Tutta Cremona, in quel momento, invoca il suo nome.

E il mister, Bruno Mazzia, lo fa entrare.

Lo fa entrare apposta per il tiro piazzato, senza riscaldamento, senza nemmeno avvisarlo.

Aveva in bocca un chupa-chupa al tamarindo.

“Alviero ha una piantagione di tamarindo all'Avana.” aveva suggerito la tipa detta 'il tizio', che lo amava.Alviero si era alzato dalla panca e a me aveva preso come una specie di brivido. I calzettoni bassi, la statura e la magrezza, i capelli ricci e crespi, le strisce grigiorosse della maglietta, l'indolenza del passo nell'avvicinarsi al limite dell'area.

Non ne aveva voglia, di tirare quel calcio piazzato.

Messina schierato, sette uomini in barriera, portiere a destra.Fischio.

Rincorsa breve.

Sinistro.

Parabola disegnata col compasso.

Incrocio dei pali.1-0.Avevo 14 anni.


La mia scossa.Niente fu più come prima. Perché l'amore arriva e non ti molla più.


Andrea Cisi






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